L’Italia è la patria europea dell’analfabetismo di ritorno, predica il professor Tullio de Mauro da anni. Nel 2008 ha pubblicato una ricerca dove stimava che in Italia solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare.

Una situazione tale da porre per l’ennesima volta il nostro paese in fondo alla classifica dei paesi del primo mondo. Certo anche nella favolosa Finlandia, ritenuta ormai una riedizione nazionale del villaggio di Santa Klaus, il tasso di dealfabetizzazione raggiunge il 40%. Una cifra ritenuta naturale – anche lì esistono gli omologhi dei nostri adoratori del dio Po – mentre avere coinvolti i 4/5 della popolazione adulta lo è un po’ meno.

Vorrei mettere subito in chiaro due cose sulla mia visione di questo tema:

Non mi riguarda direttamente, ma provo un senso di disperazione di fondo

Non è colpa di “Feisbuc”. Non lo amo nè lo uso per scopi ludici ma chi sostiene questa idea probabilmente fa parte del gruppone dei “Com’era bello ai miei tempi quando i giovani leggevano i libri invece che stare attaccati all’Iphone”. Oppure è un inviato del Tg2.

Dar poi la colpa al Web in generale dell’impoverimento linguistico e culturale è per me come considerare i fratelli Wright responsabili di Hiroshima e Nagasaki.

“Ma se non ci fossero stati gli aeroplani non avrebbero potuto sganciar le bombe!”
“Certo, e non aver inventato la ruota avrebbe prevenuto ogni incidente stradale.”

Il Web dal punto di vista della disponibilità di contenuti è un po’ come un gigantesco contenitore; del tipo “ dvd a 3,99” che ancora si trovano da Mediaworld, dove si trovano mischiati dai film di Kubrick a incredibili monnezze. Con l’aggiunta che il contenitore online è meno disordinato, per la maggior parte gratis e sempre disponibile una volta connessi. Alla fine ciò che conta è quello che l’utente vuole cercare.

Per esempio io seguo da tempo alcuni blog; non tanti quanto vorrei, ma abbastanza da notare l’altro giorno di aver riempito la schermata dei preferiti sull’Ipad. Considerato che a loro dedico circa un’ora al giorno, distratto come sono da studio, lavoro, streaming professionistico ed esposto a sporadiche interazioni sociali; mi son stupito della quantità di collegamenti disponibili.

Seguire blog e in generale visitare contenuti online è stato all’inizio uno shock rispetto all’esperienza cartacea. Dal mantra “Non cominciare un libro nuovo se prima non hai finito quello vecchio”, all’aggirarsi come un’ape in un giardino fiorito di link.

I risultati in un primo periodo? Collegarsi alle 21 per una rapida occhiata all’ultima recensione su Breaking Bad; per poi scollegarsi alle 2 dopo aver esaminato l’ordine tattico della battaglia di Canne secondo la versione di Polibio. In mezzo, un tentato excursus dello scibile umano riguardo al ruolo del krill nella catena alimentare oceanica.

Compreso che sessioni del genere avrebbero presto condotto al sanguinamento delle orbite e ad un’allergia verso l’aria aperta, decisi di salvare i link più interessanti come preferiti per limitare il mio vagare senza meta nella landa digitale. Ad oggi devo dire che ha funzionato, anche se talvolta mi capita ancora di aprire una pagina a caso su Wikipedia e ritrovarmi a tarda notte leggendo cronologie di storia alternativa.

Tutto questo per dire che nell’epoca in cui viviamo siamo tra i fortunati ad avere a disposizione una quantità potenzialmente illimitata di conoscenze acquisibili: il tutto alla modica cifra di un canone Internet. Anche trovare e acquistare libri è sempre più facile grazie alla rivoluzione degli ebook (io comunque preferisco il libro tangibile) e ad aziende come Amazon.

Dunque, riscontrato che il problema non si trova nella mancanza di possibilità, cosa causa in molti compatrioti l’incapacità di comprendere un semplice questionario? Penso sia per mancanza di competenza, di interesse e di bisogno. Problemi che hanno come radice comune le nostre esperienze scolastiche.

Più parole, meno fatti

Quante sono le novelle di Verga? Quando è nato il Manzoni?
Quali sono i momenti fondamentali della vita di Pascoli? Queste ed altre sono domande fondamentali di quella materia tristemente nota ad alunni e professori, nel triennio delle scuole secondarie del Regno, come Italiano. Nei due anni precedenti, così come nelle scuole primarie, i virgulti si sono già formati una solida competenza grammaticale ripetendo trapassati remoti delle tre declinazioni. Riguardo alla produzione testuale, è un bel risultato non aver mischiato troppi tempi verbali nella stessa frase; riuscire addirittura a condurre un’argomentazione logica coerente è il non plus ultra.

Questo racchiude la mia esperienza di buon studente in uno dei migliori licei scientifici genovesi. Forse ho mancato i professori giusti (anche se ne ho visti di peggiori), ma penso sia la stessa musica per molti scolari.

Ridurre l’insegnamento a un mero elenco di fatti è uccidere la voglia. Il nozionismo fine a se stesso riduce qualsiasi materia nella maggior parte dei casi alla ripetizione a pappagallo con il fine del voto finale, e ad essere dimenticata appena suona la campanella. C’è poco da stupirsi se poi appena diplomati si disimpara il 90% di quel che si è “imparato” tra i banchi.

Tutto questo non si può risolvere solo regalando tablet: servirebbe una reale educazione al ragionamento, componente fondamentale per capire il mondo che ci circonda, oltre che un semplice testo.

Pensiamoci su

Ogni giorno siamo letteralmente bombardati da fatti che accadono tramite Tv, giornali e Web: a questa disponibilità si aggiunge la possibilità di una reazione immediata tramite i canali dei social network. Molto spesso leggendo i commenti non si trovano ragionamenti attinenti alla notizia, bensì sono riportate le emozioni che essa ha suscitato.

Di fronte al marasma creato da una notizia importante non c’è spazio per il pensiero razionale, che purtroppo è l’unico strumento a nostra disposizione per comprendere e risolvere i problemi. Inoltre su molti temi la discussione sui media sembra poi creata per dare adito a un rigurgito emotivo, piuttosto che a un discorso logico.

Questo costume, nostro “orgoglio” nazionale, è per me il secondo responsabile della dealfabetizzazione galoppante. Manca l’interesse a comprendere il significato poiché non ve n’è più bisogno: ciò che conta è l’emozione che provo e la possibilità di condividerla con tutti. Così la narrazione di un fatto si trova inserita in una cornice emotiva che, come un frame semantico, diventa la chiave di comprensione della realtà.

“La Crisi” e “La Kasta” sono esempi di frame emotivi in cui racchiudere fenomeni reali, come ad esempio l’impoverimento del ceto medio causato dalla speculazione finanziaria o l’endemico conflitto di interessi nella politica italiana: problematiche ampie e complesse ridotte a psicosi di massa per uso elettorale.

L’unico modo per non farsi prendere dal ben confezionato “spauracchio” di turno è non rinunciare ad esaminare i fatti in modo razionale. In questa maniera nascono il bisogno, l’interesse e alla fine anche la competenza per comprendere un testo. Perché più dell’analfabetismo di ritorno è la latitanza del ragionamento che fa paura.
#pensiamocisu