This is the end. Più che un campanello d’allarme è una campana a morto l’ultimo rapporto delle peggiori professioni nel 2014 pubblicato su Carrecast.

Uno studio che ha preso in considerazione 200 tra mestieri e professioni incrociando i dati del Bureau of Labor Statistics. Così l’autorevole sito, osservatorio sul mondo del lavoro USA, anche quest’anno certifica lo stato di crisi del newspaper reporter, da anni sempre tra gli ultimi posti della classifica dei mestieri. Gli indicatori del tracollo? Licenziamenti, orari massacranti, alto livello di stress e bassi salari, che secondo i commenti sarebbero addirittura inferiori a quanto indicato.

Questo scrive Career Cast:“Il calo degli abbonamenti e la contrazione della pubblicità hanno influenzato negativamente il potere di assorbimento di nuovo personale da parte di alcuni giornali, mentre altri hanno cessato completamente le operazioni” E, a completare l’epitaffio per la professione giornalistica, l’ultimo chiodo nella bara è stato piantato dal web:“I siti online continuano a rimpiazzare i giornali tradizionali e le prospettive a lungo termine per i giornalisti della carta stampata riflettono il cambiamento.”

Il Futuro che bussa alla porta

Sono appunto le prospettive nel medio/lungo periodo a destare pessimismo riguardo al futuro della stampa: concordi con molte ricerche, gli esperti in economia e media di Future exploration hanno pubblicato uno studio riassunto da questa mappa.

Secondo questa previsione la presenza dei giornali in forma cartacea diventerà insignificante a partire dal 2017 ( praticamente domani, negli USA e in Gran Bretagna. A seguire, il prossimo decennio segnerà la fine del “Quarto Potere” per gran parte del mondo occidentale e alcuni paesi attualmente emergenti. O almeno del quarto potere di carta e come lo aabbiamo vissuto fino ad oggi.

Tale scenario può essere considerato come un’eresia nel nostro Paese, considerato il ritardo digitale di cui ancora soffre e la visione ancora corporativistica iniziata con il MINCULPOP e non ancora del tutto superata. Eppure lo ritengo uno scenario ineluttabile. A confermare la mia opinione è stato, tra tanti rapporti già diffusi, lo studio condotto da Demos tramite l’Osservatorio capitale sociale. (disponibile qui)
Il sondaggio, che ha coinvolto 1313 persone campionate per età, riguarda l’uso dei vari media per l’informazione. Dai risultati ho tratto qualche considerazione:

  • Il 50% degli interpellati accede a internet quotidianamente; la maggior parte sono under 50, con percentuali dal 65 a oltre l’80%. Percentuali che crollano per le persone più anziane. Abbiamo quindi un divario digitale molto forte in base all’età: non è solo un indicatore statistico, ma un fatto culturale. Due mondi distanti, come lo potevano essere un secolo fa, lettori e analfabeti.
  • I quotidiani non sono più tali. Perlomeno non nelle intenzioni del pubblico: solo un quarto degli intervistati si informa quotidianamente con essi (battuti anche dalla radio che raggiunge un 40%). Complessivamente poco più della metà acquistano il giornale regolarmente durante la settimana.
  • La regina dei media resta la televisione, con più dell’80% di utilizzatori quotidiani. La domanda di informazione è in crescita, come dimostra il crescente successo del canale Rainews24. I giornalisti televisivi possono ancora dormire sonni tranquilli: la TV è una presenza costante e destinata a rimanere tale, perlomeno nei prossimi anni.

Sotto la luce di questi dati, la fine dell’influenza della stampa nel prossimo decennio non mi sembra affatto un racconto di fantascienza. Siccome non è molto realistico sperare in un’inversione delle tendenze, la risposta a questo declino delle vendite si può trovare solo sul Web.

È la Rete, bellezza!

Da alcuni anni le grandi testate sono decise a guadagnarsi un ruolo di leader dell’informazione anche nel variegato ecosistema della Rete. I maggiori quotidiani nazionali offrono un flusso continuo di notizie e macinano numeri paurosi di accessi. Tuttavia, come è ben spiegato in questo articolo di mysocialweb, sono ancora molto carenti sulla parte social.

I difetti vanno dall’uso poco sapiente dei social media, raramente le testate li usano per interagire con i lettori; al passare da una scarsità di commenti, avendo reso necessaria l’iscrizione attraverso lunghe form da compilare, all’assenza di moderazione che lascia spazio a trolls e bipedi beceri e offensivi.

Inoltre spesso viene ignorata la “netiquette”, la cui regola d’oro è: cita la fonte e “linkala” al tuo articolo. La citazione salva dall’accusa di plagio, il link è una forma di cortesia e correttezza verso l’autore dell’articolo, ma anche per i lettori interessati a un approfondimento. I quotidiani online sono invece drasticamente poveri di link esterni, tanto da caricare sulle proprie piattaforme video persino filmati presi da youtube.

Questi errori si spiegano con il fatto che i quotidiani online non siano interessati a un approccio social (e non solo alla presenza sui social). La causa? Essere ancorati a vecchie concezioni legate ai mass media. Il social web comporta una conversazione, un continuo rimando tra gli attori della comunicazione. Sui quotidiani online non c’è spazio per questi principi, non c’è interesse. Il flusso delle informazioni è unidirezionale.

Forse questo è il frutto dell’importanza che i quotidiani si attribuiscono, un atteggiamento superiore dettato dall’appartenenza al glorioso mass media ormai in declino. Sintetizzo questo atteggiamento grazie al Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo”. È veramente questa la lettura del web dei giornali che affrontano le maglie della Rete?

Una consolazione arriva da oltreoceano: il NY Times, che da anni lavora sulla propria presenza online, ha da poco ridisegnato il proprio sito per una migliore user-experience e promosso una fruttuosa campagna di abbonamento al giornale online. Forse i nostri quotidiani dovrebbero prendere spunto dallo slogan del NY Times per la sua ultima campagna: “il lettore al centro, il giornale attorno a lui.” Una filosofia che corrisponde all’esperienza che abbiamo del Web, dove è l’utente che decide la qualità o meno dell’informazione e può valutare in tempo reale il valore di un contenuto.

Concludendo credo che con il declino della stampa non corrisponderà l’estinzione del giornalismo: il bisogno di contenuti di qualità e di fonti autorevoli è centrale nell’universo della Rete, e la categoria giornalistica non può che arricchirne l’offerta.

Il modo di fare informazione però deve adattarsi al mezzo e al suo contesto: pertanto penso saranno premiati quanti, riposto il mantello dell’Ordine, sapranno collaborare e condividere la conoscenza con gli esperti della comunicazione digitale. Perchè adattarsi non vuol dire perdere la propria storia, ma sopravvivere ai cambiamenti. E il cambiamento è oggi, non domani.

Immagine tratta da Paper Age cortometraggio di animazione realizzato da Ken Ottmann sulla crisi della stampa